Cos’è rimasto delle riflessioni sulla città, sulle periferie e le comunità che li abitano, fatte, solo per citarne alcuni, da Pier Paolo Pasolini, da Italo Calvino, da Danilo Dolci, da Adriano Olivetti?
La mia personale esperienza, quasi trentennale, vissuta al Centro di Accoglienza Padre Nostro, fondato a Brancaccio dal Beato Giuseppe Puglisi, mi ha fatto conoscere da vicino alcune periferie di Palermo, in primo luogo appunto il quartiere Brancaccio, poi Falsomiele, la Guadagna e San Filippo Neri (noto come ZEN).
Condivido in pieno il concetto espresso da Danilo Dolci quando afferma che non vi può essere alcun vero cambiamento che possa prescindere dal coinvolgimento, dall’esperienza e dalla partecipazione diretta degli interessati. Ma questo è solo un concetto. Coinvolgere una comunità territoriale che ha anteposto gli interessi dei singoli componenti a quelli della comunità intera, provare a coinvolgere gli abitanti di una comunità che ha un basso livello culturale e di istruzione in un processo di riqualificazione urbana, sapendo che quegli abitanti preferiscono, causa di forza maggiore, l’edilizia abusiva per rispondere alle proprie esigenze familiari (“abitazioni” da adibire a “case” dove vivere in 6-8 persone, persino 10); chiedere a questa comunità, che vive in stato di indigenza e che ha come primo ed unico pensiero del giorno quello di sfamare la propria famiglia, di immaginare il “bello”, di “sognare” un quartiere migliore, è un’impresa titanica, direi impossibile…

È proprio in questi contesti che


“le istituzioni (le amministrazioni pubbliche) devono mettere in campo politiche in grado di “imporre” progetti di sviluppo e rendere le periferie urbane non semplicemente vivibili ma “belle da vivere”. Costruire belle piazze, belle scuole, asili a misura di bambino, belle strade alberate, parchi della salute, belle biblio-videoteche, bei teatri.”


È in questa cornice, del “già fatto”, del realizzato, del bello, che le comunità a cui mi riferivo prima, in maniera empirica possono fare diretta esperienza di una bella periferia da vivere.
All’inizio gli abitanti vedranno queste “proposte” come qualcosa che viene calato dall’alto e tenteranno in tutti i modi di esprimere il loro “istintivo” e primordiale dissenso, una sorta di naturale propensione ad essere “oppositivi”. Così cominceranno ad “avvicinarsi” al “nuovo”, vandalizzando e distruggendo tutto. Ed è lì che deve intervenire “il lievito” prodotto dall’altra parte della società e dal terzo settore. È da quel momento che deve iniziare un processo d’inclusione di queste minoranze all’interno di un percorso verso il bene comune, che deve prevedere, alla luce di una maturazione, il poter correggere, modificare ed eventualmente distruggere e ricostruire nuove piazze, scuole, asili, strade, parchi, biblio-videoteche, teatri…
Quando a Brancaccio abbiamo costruito il Centro Polivalente Sportivo, con campo di calcetto, tennis, pallavolo, basket, parco Robinson per i più piccoli, campo di bocce ed agrumeto, la forza distruttrice degli abitanti si abbatté quotidianamente su quella struttura. Ogni giorno, ogni Santo giorno, un atto vandalico. Il nostro lavoro costante, paziente, tenace ma soprattutto la nostra presenza sul territorio, ha fatto sì che, dopo alcuni anni da quella inaugurazione, tre anni fa si è reso possibile co-progettare insieme alla comunità di Brancaccio la costruzione di una piscina all’interno del Centro Polivalente Sportivo.


Oggi sono loro a coltivare l’agrumeto, a raccogliere i frutti e distribuirli alle famiglie più disagiate del quartiere. Sono i detenuti in esecuzione penale, gli ex detenuti e gli ex Pip, a curare la struttura e a sensibilizzare chi la frequenta ad un uso corretto di quanto è contenuto al suo interno.